Safaa Elkaud, egiziana, titolare de La pastaia, lavora all’Isola, il quartiere di Milano dove ha aperto il suo laboratorio nel 2013. “Faccio la pastaia, produco pasta fresca rigorosamente a mano, secondo le ricette delle varie tradizioni regionali. Ho un laboratorio con rivendita e mi occupo di tutto da sola”. Dice orgogliosa. “È un mestiere impegnativo, un lavoro antico che richiede manualità ma che è anche molto apprezzato e che mi dà tanta soddisfazione. Ma la storia di successo di Safaa ha molti punti oscuri e parte da lontano, da 25 anni fa.

Safaa, che cosa ti ha portato in Italia?

Sono arrivata dal Cairo nel 1997 per seguire mio marito che lavorava a Milano come pizzaiolo, lasciando una bella carriera in Egitto. Ho lavorato nell’ambito turistico prima, come receptionist in un albergo 5 stelle, poi coi come segretaria di un executive manager in una multinazionale che si occupava di pubblicità. Era un lavoro che mi dava grande soddisfazione e che ho lasciato a malincuore. Ho conosciuto quello che è diventato poi mio marito e sono rimasta colpita dai suoi modi. Il fatto che vivesse in Italia lo faceva sembrare, ai miei occhi, diverso dai ragazzi che conoscevo. Sono rimasta colpita dal fatto che fosse molto protettivo nei miei confronti. Io che sono cresciuta senza padre, in una famiglia di sole donne, mi sono sentita gratificata dalla sua gelosia. L’ho interpretata come manifestazione d’amore. Anche perché non avevo esperienze di relazioni precedenti. Così, mi sono sposata.

Come sono andate le cose dal momento in cui sei arrivata in Italia?

Arrivata a Milano mi sono ritrovata prigioniera di un incubo. Non potevo uscire da casa, la sua gelosia era diventata patologica. Aveva un costante bisogno di esercitare il suo controllo sui miei movimenti e all’inizio lo giustificavo. “Lo fa perché mi ama”, mi dicevo. Ma poi sono cominciate le botte, che arrivavano sistematicamente. Anche se il primo schiaffo l’ho ricevuto appena sbarcata all’aeroporto per quello che lui riteneva uno sguardo di troppo…La mia mancata reazione, che era dovuta alla mia totale incredulità e al mio disagio, è stata interpretata come un segnale di debolezza. E le cose sono andate peggiorando: ero in Italia da sola, completamente isolata. Mi trovavo all’interno di una spirale di violenza di cui non avevo avuto esperienza e non sapevo come reagire. Senza contare il peso della cultura araba che invita alla sopportazione e alla tolleranza nei confronti dei mariti.

Sopporti questa situazione per dieci anni e poi cosa succede?

Nel frattempo, avevo avuto mio figlio ma, nonostante ciò, nulla era cambiato. Mi sono resa conto che quest’uomo non provava amore nei miei confronti e nemmeno per suo figlio. Sentivo di aver perso la mia umanità, di aver cancellato i miei bisogni di essere umano. È arrivato a minacciarmi con un coltello e in quel momento ho avuto paura di morire. In seguito a quest’ultimo episodio di violenza ho trovato il coraggio di denunciarlo e mi sono temporaneamente stabilita in una casa di accoglienza. Sono rientrata poi in possesso del nostro appartamento da dove lui è stato allontanato, anche perché era risultato che facesse uso di stupefacenti, quindi pericoloso. Tra mille difficoltà sono riuscita a divorziare e ad ottenere l’affidamento esclusivo di mio figlio che all’epoca aveva tre anni. E pian piano ho cominciato a ricostruire la mia vita.

A questo punto cominci ad avere l’esigenza di trovare un impiego.

Ho cominciato facendo il cous cous e vendendolo alle mamme dell’asilo di mio figlio, con un buon riscontro. Ero abbastanza conosciuta in zona anche perché, mi dicevano, ero molto più aperta rispetto alle altre donne arabe. Ovunque ho ricevuto espressioni di solidarietà e stima che mi hanno molto incoraggiata a tener duro e a cominciare una vita nuova. Anche perché sono stata trattata da pari a pari e mi sono sempre sentita tale. Non volevo essere relegata a vittima, consapevole com’ero che le difficoltà sarebbero state temporanee e che avrei trovato uno spazio e il modo per realizzarmi.  Nel frattempo, avevo la necessità di trovare un lavoro anche per rinnovare il permesso di soggiorno. Dato che mentre stavo in casa di accoglienza avevo fatto un corso per fare la pasta fresca e avevo scoperto di avere una buona manualità, ho pensato che avrei potuto continuare su quella strada. Sentivo il bisogno di acquisire una professionalità.

E il caso vuole che tu riesca ad esaudire il tuo desiderio.

La regione Lombardia per la prima volta organizzava un corso di pasta fresca gratuito di quasi tre mesi che comprendeva anche un tirocinio. Il corso mi conferma nella convinzione di avere una buona manualità e il lavoro mi piace.  Col patrocinio del Comune di Milano quindi ho potuto fare praticantato presso diversi laboratori. Ero molto motivata perché spinta dalla necessità oltre che dal piacere per questa attività. Così ho cominciato a cercare lavoro distribuendo il mio cv nei vari laboratori. E finalmente mi hanno chiamato in un pastificio molto noto, con una lunga tradizione, e ho cominciato a lavorare con un contratto a tempo indeterminato. Ho lavorato in quel pastificio per sette anni, perfezionando le mie competenze e abilità. Ho imparato tutto da loro e di questo non posso che essere grata. Ma non volevo fare l’operaia per tutta la vita.

Come riesci a diventare imprenditrice da dipendente?

Avevo messo un po’ di soldi da parte e con un signore napoletano, un amico, abbiamo deciso di aprire una nostra attività. Lui però ha rinunciato quasi subito e io mi sono ritrovata da sola. Allora ho rilevato la sua quota, e sono andata avanti. Non potevo arrendermi anche perché ero cambiata. Io non sono mai stata una ragazza timida e stavo facendo una bella carriera. Quei 12 anni di violenze però avevano distrutto la mia vita in modo molto radicale al punto di non riconoscere più me stessa. C’era sicuramente in me una maggiore consapevolezza ma quello che mi ha toccato veramente il cuore è stata la solidarietà che ho ricevuto dagli altri. È questo che mi ha dato la forza di andare avanti.

Quali insegnamenti hai tratto dalla tua esperienza? Chi è la Safaa di oggi?

Ho avuto bisogno d’aiuto, l’ho chiesto e l’ho ricevuto. Ho imparato che chiedere aiuto non è espressione di debolezza ma è la testimonianza di far parte di una società, di un gruppo. Se oggi tu chiedi aiuto, domani potrai offrirlo ad altri ed è un processo che arricchisce entrambe le parti, chi dà e chi riceve. Poi, quando ho reagito ai maltrattamenti ho cercato di uscire dai cliché imposti dal mio essere araba, musulmana, donna, perché tutte queste cose le ho vissute come limitanti. Rivendico il mio appartenere al genere umano e il mio diritto di essere considerata in primo luogo una persona. Una persona che ha cercato pur tra mille difficoltà di trovare la sua strada e realizzare se stessa. Ho delle capacità, delle abilità, delle competenze che devo utilizzare per farmi sentire soddisfatta e offrire il mio contributo alla società.

Safaa, che cosa significa il tuo lavoro per te?

Il mio lavoro per me è un gesto d’amore verso la società, verso tutti quelli che mi hanno aiutata, sostenuta e incoraggiata. Tutto questo mi ha legato all’Italia di cui ho preso la cittadinanza. Ho vissuto metà dei miei anni qui, ho costruito delle amicizie e dei legami. E fare la pasta, che fa parte di questa cultura e tradizione, mi conferma di far parte di questa realtà. E rinsalda ogni giorno l’amore che ho per questo paese.

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