Keiko, raccontaci un po’ di te e di come nasce la tua idea imprenditoriale

Sono giapponese di Nagoya, una grande città del Giappone. Lì lavoravo come buyer di abbigliamento e viaggiavo molto per lavoro. Venivo spesso in Europa, a Milano e a Parigi, finché ho sentito il bisogno di studiare l’inglese e sono andata a Londra. Era il 2003, e a Londra ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito, che é svizzero, e quattro anni dopo ci siamo sposati. Quindi mi sono trasferita in Ticino e mi sono dedicata alla casa e alla famiglia. Nel frattempo, sono nati i miei figli e per un lungo periodo sono stata felice di occuparmi di loro. Prima di sposarmi avevo sempre lavorato quindi per me è stato bello fare la moglie e la mamma. Questo fino a due anni fa, quando mi sono resa conto che i bambini erano cresciuti, oggi hanno 16 e 13 anni, e io ho cominciato a sentire l’esigenza di fare qualcosa.

E quindi qual è stato il primo passo che hai intrapreso?

Qualche anno fa mi è venuta l’idea di riciclare i tessuti dei kimono per creare un nuovo capo di abbigliamento. All’inizio era un gioco, un hobby. Ho cominciato utilizzando i tessuti dei vecchi kimono delle mie amiche, delle loro mamme e nonne, anche perché sono tessuti molto belli e preziosi. Le trame ed i disegni sono ricchi di significato e di storia ma io volevo dar vita a qualcosa di nuovo. Qualcosa che potesse essere utilizzato dalle donne qui. Non avevo però le competenze sartoriali per farlo e perciò ho dovuto imparare a disfare i kimono, tagliare e cucire. E anche se all’inizio ho avuto il sostegno di un’amica, poi ho continuato a fare da sola. Avevo bisogno di acquisire sempre maggior sicurezza e solo a quel punto ho cominciato a produrre i miei capi. Perché ero sicura che le europee potessero apprezzare i tessuti e i prodotti che proponevo.

L’idea che sta alla base Rakukimono comincia quindi a prendere forma

Proprio così. In Giappone ciascuno conserva i vecchi kimono che spesso si tramandano di generazione in generazione anche se non si riutilizzano. Perciò proprio nei vecchi kimono di mia madre ho cominciato a intravedere nuove possibilità: si trattava in fondo di smontarli e dargli una nuova vita. Così durante un soggiorno in Giappone, dato che nessuno dei miei fratelli era interessato, ho deciso di portare questi abiti con me in Svizzera. Però se il kimono rappresenta nell’immaginario l’abbigliamento femminile tipico giapponese ero consapevole che sarebbe stato difficile portarlo fuori da quel contesto geografico. Quindi ho pensato a qualcosa che pur rimandando al mio paese e alla mia cultura fosse facilmente portabile in una realtà differente. E ho ritenuto poi che sarebbe stato apprezzato in Europa, dove esiste l’amore per il passato, per le cose antiche. E dove anche l’idea del riciclo dei tessuti vintage e unici poteva incontrare consensi.

Come hai fatto a questo punto a commercializzare il tuo brand?

Una volta che ho cominciato a realizzare le mie prime creazioni le ho proposte nei mercatini in Canton Ticino e ho visto che la gente era interessata, che queste cose piacevano. Così ho iniziato a farmi conoscere, a crescere. Oggi vendo on line e attraverso alcuni negozi in Ticino che propongono le mie creazioni. Mi sono fatta conoscere soprattutto attraverso Instagram che è stata davvero una buona vetrina anche perché io non conoscevo molta gente. In genere una cliente vede qualcosa che le piace su Instagram, mi contatta e acquista, oppure mi chiedono delle modifiche che sono sempre pronta a fare. Questo lavoro poi mi porta ad andare spesso in Giappone per comprare i kimono e anche quest’aspetto per me è importante. In Giappone c’è la mia famiglia d’origine, mia mamma, ed è una motivazione in più per tornare e rafforzare la connessione con il mio paese.

Che cosa rappresenta per te Rakukimono?

Il nome del mio negozio Raku in giapponese significa comodo e piacevole ed è il significato della mia proposta. Realizzare qualcosa di comodo, semplice. Il kimono poi, nella mia cultura, è un oggetto pieno di significati che alcuni clienti sono curiosi di scoprire. Quando vado in Giappone, scelgo i vecchi kimono in base al mio gusto, senza pensare troppo se una cosa può funzionare o meno in Europa. Ma i tessuti in Giappone hanno un significato particolare. Per esempio, il disegno della canapa è molto popolare in Giappone ed è utilizzato soprattutto per i kimono delle bambine. La canapa, infatti, è una pianta resistente, che cresce facilmente. Ed è quindi un augurio dei genitori alle loro figlie perché la loro crescita sia semplice, perché non incontrino grandi difficoltà nella vita. Tutto questo fa parte del patrimonio culturale del mio paese e io sono felice di farlo conoscere.

Qual è il tuo prossimo obiettivo? Come vorresti far crescere Rakukimono?

Dato che svolgo quest’attività in casa mi sono resa conto che mi piacerebbe avere un piccolo negozio, uno spazio fisico adibito alla vendita. Ho fatto esperienza di un Pop-up Shop durante il periodo natalizio a Lugano, perché mi è stata offerta quest’opportunità. E mi sono divertita moltissimo! Mi è piaciuto il contatto con i clienti, sentire le loro opinioni, cercare di capire che cosa piace e cosa apprezzano del mio lavoro. Per me è un modo per portare un po’ di Giappone in Svizzera e fare qualcosa che mi piace. Qualcosa di unico che qui non fa nessuno e questo è importante. Grazie a quest’esperienza ho capito che mi piacerebbe davvero un piccolo negozio. Un angolo di Giappone a Lugano dove poter offrire del tè e dolci giapponesi mentre si fanno acquisti. Sarebbe davvero bellissimo!

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