Camilla di Tacchio è l’ideatrice del marchio Le gonne ruffiane, un brand prodotto a Como, patria della seta e della tessitura, dal 2019. E il lavoro di Camilla parte proprio da lì, dalla scelta di tessuti preziosi come la seta o il cachemire ma anche la lana o il cotone. L’obiettivo è quello di creare gonne uniche e al tempo stesso portabilissime. Ogni gonna trasmette il profondo apprezzamento del lavoro manuale e dell’artigianalità della sua creatrice, ma anche il desiderio di una moda sostenibile. Una moda cioè che rifugge lo spreco per dar vita a capi colmi di grazia e bellezza, di cui forse tutte avvertiamo la necessità.

Camilla, oggi sei la realizzata titolare del marchio “Le gonne ruffiane”, ma chi eri prima di approdare all’imprenditoria? Di cosa ti occupavi e qual è il tuo background formativo?

Ho studiato legge ma dopo la laurea ho cominciato a lavorare nella moda, negli uffici stampa, perché non desideravo dedicarmi ad un’attività in ambito giuridico. Erano gli anni ’90 e vivevo a Milano, la città della moda, mi sono trovata al posto giusto nel momento giusto; sono stata fortunata. Poi ho smesso perché mio padre mi ha chiesto di lavorare con lui nella sua impresa e mi sono trovata catapultata in un’altra realtà. Sono diventata responsabile della qualità dell’acciaio e ho lavorato con lui per tanti anni. Mi sono sposata, mi sono  trasferita a Como, ho avuto i miei figli e mi sono resa conto che il lavoro era diventato troppo impegnativo. E così ho lasciato… L’ho fatto a malincuore perché, come potrai immaginare, il lavoro, anche se impegnativo, è fonte di soddisfazioni e gratificazioni. Ho deciso dunque di dedicarmi ai miei figli e l’ho fatto per più di vent’anni.

Sei stata quindi una madre presente, attenta. Ma ad un certo punto si afferma nella tua vita un’esigenza nuova…

In effetti mi sono trovata, con i figli grandi che ormai non necessitavano della mia continua presenza, ad attraversare un momento di difficoltà personale. E dato che ho sempre pensato che il lavoro manuale può essere una grande risorsa, ho cominciato prenderlo in considerazione. Questo perché fin da quando ero bambina ho trovato nel lavoro manuale una via di fuga dai pensieri e dai crucci della vita. Perciò è emerso il desiderio di possedere una macchina da cucire per fare gli orli e tutti quei lavoretti che servono in casa. Così mio marito e i miei figli me ne hanno regalata una. Io, a dire il vero, la macchina da cucire non la sapevo nemmeno usare, ho imparato a farlo con il libretto delle istruzioni alla mano… E mi ci sono appassionata.

Quindi il lavoro manuale ha costituito una sorta di terapia, un modo per allentare le tensioni per poi caricarsi di altri significati…

Quello che amo del lavoro manuale è la possibilità di creare qualcosa dal niente. Dato che mio marito lavora nei tessuti vedevo sempre queste pezze bellissime e mi è venuta l’idea di utilizzarle. E dagli scampoli ho cominciato a ricavarne prima piccole cose per la casa, poi a realizzare delle gonne per me stessa. Ne ho fatte almeno una trentina, acquisendo via via sempre più sicurezza. Studiando la mia figura e la vestibilità ho cercato di creare qualcosa capace di soddisfare le esigenze di ipotetiche clienti. Finché una mia amica ha organizzato a casa sua una vendita, mi ha invitata e io, vincendo la mia reticenza, ho partecipato. E le ho vendute tutte, ma non solo, mi hanno fatto anche degli ordini! E le richieste sono diventate talmente tante che nel giro di poco tempo mi sono resa conto di non riuscire da sola a soddisfarle.

E arriviamo a “Le gonne ruffiane”. Come sei passata dall’attività amatoriale a quella imprenditoriale?

Durante il lockdown, Simona di Sissyottostyle mi ha contattata, mi ha proposto un‘intervista e mi ha spronata ad aprire un profilo Instagram. Anche in quel caso ho dovuto vincere la mia riservatezza e buttarmi. Tuttavia, ho fatto in modo che mio account fosse esclusivamente dedicato alle gonne che propongo, solo professionale. Dopo quella prima intervista sono stata subissata dalle richieste di acquisto online; perciò, ho dovuto necessariamente trovare un laboratorio al quale appoggiarmi e sono partita. La cosa comunque ha preso piede senza che io facessi niente, mi hanno semplicemente chiamato, dal Grand Hotel di Tremezzo, da Montecarlo, da Milano. Ormai le gonne ruffiane sono conosciute anche all’estero. E questa cosa ancora mi sorprende.

“Le gonne ruffiane” rappresenta dunque l’apice di un processo creativo nel quale hai potuto esprimere un estro che sapevi di possedere o è qualcosa che hai scoperto nel tempo?

Penso che fosse qualcosa che avevo dentro, ma che fosse inespresso. Quando ho cominciato a fare le gonne ed abbinare i tessuti ho avuto un piacevole riscontro e l’apprezzamento per il mio lavoro mi ha incoraggiata. Molto del merito andava senz’altro alle stoffe di cui disponevo che erano molto belle e che io selezionavo. Comunque sia, mi sono sentita più sicura delle mie capacità, perché alla fine, fra le innumerevoli possibilità di accostamenti fra i tessuti, ero io che decidevo. E questo, unito alla qualità delle stoffe e alle abilità del laboratorio di cui mi avvalgo, rende possibile la realizzazione delle mie gonne.

Perché “Le gonne ruffiane”? Che storia c’è dietro la scelta di questo nome per il tuo brand?

Io faccio sempre delle riunioni di famiglia per chiedere consigli a marito e figli. Avevo pensato di fare delle gonne con l’elastico in vita perché questo mi avrebbe consentito di lavorare meglio, soprattutto con le ordinazioni online. Perché a distanza sarebbe stato molto più difficile realizzare un capo con la misura esatta. Mi dicevo: sono delle gonne furbe, furbette. Furbe in senso buono, perché una 40 può essere indossata anche da una 42. Però non mi convinceva. Finché mia figlia mi ha detto: “Ruffiane, mamma.” E così è stato.

Cosa contraddistingue “Le gonne ruffiane”? Qual è la filosofia che ti ispira?

Ho scelto di non far produrre tessuti per me perché c’è talmente tanta scelta di tessuti avanzati dalle varie collezioni che altrimenti finirebbero negli stock…. Ho voluto dar vita a tessuti che sono meravigliosi e che sarebbe un peccato finissero al macero. Cosa che purtroppo accade. E in questo momento in cui si parla di sostenibilità, di strategie contro lo spreco mi è sembrata una bella idea. Detto questo, ciascun tessuto una volta che l’ho selezionato lo destino ad un certo tipo di gonna, perché non tutti i tessuti si adattano a tutti i modelli. Perciò io dico sempre che è il tessuto che comanda, che decide come dev’essere utilizzato.

Che cosa rappresenta per te il tuo lavoro oggi? Quali insegnamenti hai tratto da quest’esperienza?

In questo momento devo dire che il mio lavoro è la mia ragione di vita ed è una fonte di grandi soddisfazioni. Perché non pensavo, dopo tanti anni e alla mia età, di poter realizzare qualcosa da sola, di fare qualcosa che piace a me. E di avere anche quella piccola indipendenza economica che avevo perso e che fa comunque piacere riacquistare. Ho imparato che bisogna essere sempre positivi e propositivi e non bisogna arrendersi. E che la fortuna bisogna un po’ attirarla, bisogna essere umili e fare. Poi, come mi ha insegnato mio padre, da cosa nasce cosa. Ho conosciuto gente nuova, ho nuovi amici, mi sono aperta al mondo. Ed è come se fossi rinata e di questo non posso che essere grata.

 

 

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