La Milanesa, brand di borse ideato nel 2018 da Cinzia Macchi, è un marchio che è stato capace di imporsi rapidamente nel mondo della moda. Ma dietro questa realtà fatta di successi e riconoscimenti si nasconde una donna che ha “attraversato l’inferno” ed ha saputo uscirne e risollevarsi. La sua è una storia dura e commovente, fatta di drammi, dolore e sofferenza ma anche di forza, di generosità e speranza. Nelle parole di Cinzia, nella sua capacità di accogliere le proprie fragilità senza abbandonarsi ad esse, possiamo forse ritrovarci un po’ tutte. E dalla sua storia abbiamo molto da imparare, soprattutto a credere ai nostri sogni, che, come dice lei, possono diventare il motore delle nostre vite.

Cinzia, la nascita de La Milanesa, il tuo marchio, non può, a mio parere, essere scissa dal tuo vissuto personale. Vuoi raccontarmi un po’ di te?

La mia storia, forse come quella di tante altre, è la storia di una donna che ha un sogno ma che esita a concretizzarlo. Per mille paure, mille timori e, nel mio caso, per paura di non essere abbastanza. Anni fa avevo completamente un’altra vita: insegnavo, mi occupavo di formazione e nello specifico di PNL, programmazione neurolinguistica. Era una vita molto intensa, molto piena, che mi portava a viaggiare spesso in Italia e all’estero, sempre in movimento e ricca di contatti. Finché è sopraggiunta una malattia che ha completamente cambiato le cose. Non solo la mia vita professionale ma anche la mia esistenza. Una malattia inaspettata dovuta ad una malformazione congenita che non era mai stata diagnosticata. Ho affrontato così un lungo calvario e subito diversi interventi di cui l’ultimo ha avuto uno strascico importante.

Quindi la tua odissea non si era ancora conclusa?

Purtroppo, no… Dopo l’ultima ablazione a cui sono stata sottoposta, ci sono state, a causa della mia malformazione, delle complicazioni che hanno provocato una paresi distale. Questo significa che mi sono ritrovata a non poter muovere più la parte destra del mio corpo, oltre ad avere difficoltà nella parola. Da lì ho dovuto rivoluzionare la mia vita. Perché è proprio nella malattia, nella sofferenza e nel dolore che le cose cambiano. Ti rendi conto in quei momenti che le dita di una mano sono troppe per contare le persone che ti rimangono accanto. E spesso sono solo i tuoi genitori. All’epoca poi avevo un marito, un marito che non se l’è sentita di “farsi carico di un tale fardello”, cioè di me. Perché io ero su una sedia a rotelle e dovevo fare riabilitazione, quindi mi ha parcheggiata dai miei genitori, ai quali sarò per sempre grata.

La sua non è stata però un’uscita di scena definitiva…

Nel momento in cui ho iniziato a utilizzare le stampelle questa persona ha pensato bene di riavvicinarsi a me, lavorando moltissimo sulla mia psiche. Ero fragile e lui rimarcava il fatto che fossi ormai una donna finita. “Chi vuoi che ti riprenda? “diceva, e io, l’ho riaccolto. Non ho mai parlato di questa storia per molti anni ma adesso ne parlo tranquillamente perché da quel momento è cominciato il mio incubo. Sono iniziati gli abusi e le violenze. Parlo soprattutto di violenze psicologiche, che non lasciano tracce esteriori ma ti distruggono dentro, e che purtroppo moltissime donne subiscono arrivando a colpevolizzarsi. Nel mio caso, quest’uomo mi ha accusato di ogni possibile colpa e io, che non avevo forza di contraddirlo, ho accettato tutte le sue richieste. Così mi sono ritrovata letteralmente in mezzo alla strada con il mio cane.

È questa la tua discesa agli inferi, il tuo momento più buio?

È stato un momento durissimo dal quale sono uscita con grande fatica. Ho cominciato a lavorare in bar, mi alzavo prestissimo, preparavo il cappuccino ai netturbini, a chi andava a lavorare. Sono entrata in contatto con un mondo da cui mi sono sentita apprezzata e pian piano ho cercato di ricostruirmi. Il primo passo è stato quello di ritornare agli affetti veri, in primo luogo il legame con i miei genitori. È stato un lungo percorso ma poi, nel momento in cui ho cominciato a stare bene con me stessa, ho incontrato il mio compagno. Colui che da 18 anni è mio marito e col quale ho capito che l’amore è un’altra cosa, ed è fatto di rispetto.

La Milanesa nasce quindi con l’affermarsi di questa tua consapevolezza?

Sicuramente e anche perché, nonostante abbia ancora le cicatrici di questo passato doloroso, mi sento oggi una donna fortunata. E quindi ho deciso di fare qualcosa per aiutare le donne che hanno avuto e hanno i miei problemi ma non la mia stessa fortuna. Ma non sapevo cosa fare, finché durante un Salone del mobile che aveva come tema il riciclo ho avuto un’illuminazione. Ho preso una borsa dell’Ikea e l’ho rivestita con i tessuti che gli artigiani della mia zona avanzavano. Dopo questo prototipo ne ho fatte diverse, le ho proposte e le ho vendute tutte.

Ne parli ancora con grande entusiasmo. Dev’essere stata una sorta di rivelazione…

Ho capito chiaramente qual era il mio sogno: realizzare un laboratorio dove insegnare un lavoro alle donne, renderle indipendenti, perché questo è il vero problema. Far capire loro il proprio valore riacquistando autostima e aiutarle a reinserirsi nel mondo lavorativo. Così dopo un anno e mezzo, grazie a Banca Intesa che ha creduto in questo progetto, siamo partiti. Con Intesa Sanpaolo, Caritas e con l’appoggio anche del Vaticano, abbiamo creato Fabbricatrici di sogni. Qui, nella sede della Milanesa ho costruito un laboratorio, le macchine sono state pagate dalla banca, Caritas ci ha mandato sei donne con trascorsi terribili. Noi abbiamo messo i materiali, i tessuti, i formatori, abbiamo insegnato a queste donne un mestiere e oggi sono inserite in contesti lavorativi diversi. Una di loro lavora per me e lo dico con molto orgoglio perché è bravissima.

La Milanesa è oggi un marchio di successo. Te lo aspettavi?

Devo dire che non mi capacito. Ho cominciato quest’avventura nel 2018 e le borse stanno andando molto bene, sono arrivate anche oltreoceano, ci potrete trovare da Saks o alla Samaritaine. Ho persone che lavorano la lana per me nelle case di riposo, altre che lavorano qua nel laboratorio, che invito tutti a visitare. Siamo riusciti a riesumare il crochet, l’uncinetto delle nostre nonne di cui si era persa la tradizione, come ha riconosciuto perfino Il Sole 24 ore. Tutto questo significa anche riavvicinarsi alle nostre radici, al nostro artigianato che è stato dimenticato e la cui importanza andrebbe invece riconosciuta. Per questo sono felice che tanti laboratori artigiani lavorino con me, significa valorizzare il Made in Italy, la nostra capacità di fare e di creare.

Cinzia Macchi e La Milanesa. Imprenditrice e donna di successo. Quanto quest’esperienza ti ha cambiata?

Sono sicuramente cambiata, me lo dicono in tanti, mi dicono che sono forte ma i miei momenti di sconforto, di crisi ce li ho ancora. Quello che però mi dà forza rispetto a prima, devo ammetterlo, è che adesso ho un obiettivo. E quello che faccio lo faccio per me ma anche per aiutare altri e quello diventa il mio obiettivo; perciò, non devo demordere, devo andare avanti. Quindi, nei momenti in cui sono demotivata o vivo un momento di sconforto vado a riprendere il mio focus e mi concentro sul sogno. Cioè su quella visione che mi ha spinto ad agire e allora riprendo la forza di continuare. Perché è il sogno il motore di tutto e sogni non hanno età.

 

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