Isabella Danesini, architetto e restauratrice di dipinti, si è avvicinata all’arte e al restauro fin dall’adolescenza. La passione e la determinazione la porteranno, dopo la laurea in Architettura, a riabbracciare l’antico amore per il recupero del passato e per l’arte fino a farli diventare una professione. L’incontro con il marito Paolo Giovanella, antiquario animato dalle stesse passioni e interessi, la renderà poi consapevole dell’importanza della condivisione nel loro percorso professionale. Ma Isabella, attiva su più fronti, è stata anche nel direttivo dell’Associazione Antiquaria Milanese. Qui, facendosi paladina di un’esigenza inespressa, é riuscita a creare un gruppo di giovani antiquari, dando finalmente voce alle nuove leve che si accostano alla professione. È stata anche l’ideatrice, e per tre anni l’organizzatrice, della mostra di antiquariato Amart che si tiene alla Permanente.

Isabella, sei un architetto prestato al restauro. Come sei entrata in contatto con questo mondo?

Sono arrivata al restauro in modo molto strano e questo secondo me delinea sicuramente il fatto che ogni persona ha comunque un suo percorso. Provengo da una famiglia di medici con una formazione liceale di matrice classica. Io, invece, decisi dopo la terza media di iscrivermi al liceo artistico e già per questo fui considerata un po’ la pecora nera della famiglia. Al restauro però mi avvicinai grazie all’incontro con due bambine alle quali davo ripetizioni al doposcuola in parrocchia. A loro confidai che mi sarebbe piaciuto da grande fare qualcosa di artistico. Avevo circa 13 anni… Fu tramite queste due bambine che conobbi un restauratore che aveva la bottega nel loro cortile. Lo chiamavano “il mago”.

Un incontro con un personaggio importante per te e la scoperta del restauro…

Era il classico restauratore “orso” che non voleva vedere nessuno, non voleva parlare con nessuno. Era un “tuttologo”, nel senso che restaurava un po’ di tutto. Discendente da una famiglia di restauratori, figlio e nipote di restauratori, lavorava in questa bottega un po’ buia, ai miei occhi una sorta di antro magico. Questo personaggio mi affascinò tantissimo, al punto che da quel momento ebbi la consapevolezza di quello che sarebbe stato il mio destino. E da lì dissi: io farò la restauratrice. Così cominciai a frequentare la sua bottega durante le vacanze, infastidendolo con le mie richieste di fare qualche lavoretto con lui, finché cedette. E cominciò a insegnarmi i suoi segreti.  Nel frattempo, conclusi il liceo che allora era di quattro anni più uno integrativo se si voleva accedere all’università. Cosa che feci, laureandomi in architettura, dato che i miei desideravano che portassi a termine un percorso universitario.

Come hai continuato a questo punto il tuo cammino formativo?

Il restauratore si trasferì a Rapallo dalla sua famiglia e quindi lo persi un po’ di vista. Lo rincontrai però dopo qualche anno ad una mostra di antiquariato ad Arezzo e riannodammo i rapporti. Così, grazie anche alla mia cocciutaggine, ritornai a frequentare la sua bottega a Rapallo. Da lui, che fu a tutti gli effetti il mio vero maestro, appresi in maniera sistematica le basi per il restauro di dipinti. Più tardi poi, conobbi mio marito che è un antiquario con le mie stesse passioni e lo stesso amore per l’arte. Ci sposammo ed io iniziai a lavorare in casa perché in cinque anni ebbi quattro figli! Cercavo di conciliare il mio lavoro con la maternità, creando un laboratorio tra le mura domestiche, lavorando quando i bambini dormivano e quando era possibile. Non volevo perdere i clienti che avevo acquisito ed ero consapevole dell’importanza di mantenere i legami con i committenti.

Il sostegno di tuo marito è stato importante?

Ho resistito anche grazie all’aiuto di mio marito e più tardi mi sono trasferita in galleria dove abbiamo tre laboratori di restauro: mobili, lampadari, dipinti. Il fatto di lavorare insieme, condividere le stesse passioni, ci ha molto unito consentendoci di superare i momenti di difficoltà, come l’esperienza del Covid. Ci si sostiene ed incoraggia l’uno con l’altro ed è senza dubbio una questione determinante. Oltre alla nostra galleria di antiquariato poi sono stata per sette anni nel direttivo dell’Associazione Antiquari Milanesi un mondo molto serrato, chiuso, difficile per una donna. Anche in quel caso però, siccome sono una che ama fare, sono riuscita a creare, col sostegno del presidente Domenico Piva, il gruppo Giovani Antiquari. L’intento era quello di promuovere il rinnovamento e creare una rete di nuovi professionisti nel mondo dell’antiquariato a Milano. E questo progetto, che si é concretizzato in una bella realtà, mi ha riempito di soddisfazione.

Da cosa è motivata la scelta di dedicarsi al restauro di dipinti?

È una passione che probabilmente avevo dentro. A casa mia si è sempre parlato d’arte, sono sempre stata portata in giro a vedere mostre e musei. Sono cresciuta in un ambiente dove l’arte era apprezzata e al tempo stesso familiare. Il mio lavoro poi mi ha portata a considerarmi un po’ un medico dell’arte. Perché il restauro “cura” opere con varie patologie, da poco gravi a molto gravi e riesce a farle rifiorire, a ridar loro una nuova vita. E l’emozione di vedere rinascere un dipinto é secondo me la parte del mio lavoro, che è composto da varie fasi, più bella. C’è il consolidamento, la pulitura, il ritocco e la verniciatura, ma è proprio la pulitura che mi affascina, che mi commuove ogni volta. E questo nonostante ogni opera abbia la sua storia e costituisca un caso a sé, perché ogni paziente è diverso dall’altro.

Vuoi approfondire questo aspetto e quanto ti coinvolge emotivamente il tuo lavoro?

Ogni quadro è a sé per come è stato fatto, per la materia ma soprattutto per la sua storia. Dove si è accumulato lo sporco, dove è stato colpito dall’umidità, tutti questi elementi parlano, raccontano qualcosa di quest’opera. E queste cose ti portano a usare un prodotto piuttosto che un altro per pulirla, per intraprendere la parte più interessante del restauro. Si tratta di riportare alla luce ciò che è stato coperto dalle stratificazioni del tempo e scoprire cosa nasconde ogni paziente. Di dare vita, insomma, a un qualcosa che sta morendo e quindi studiarlo, apprezzarlo e rinvigorirlo. E in alcuni casi si può trattare di un cambiamento totale, capace di smuovere qualcosa in chi guarda. Può capitare che un quadro trovato in un mercatino, un dipinto che nessuno guardava, nessuno apprezzava, diventi lucente, vibrante, rivelandosi un’autentica sorpresa. E questo non può lasciarmi indifferente.

Che cosa rappresenta per te questo lavoro?

Il lavoro secondo me è fondamentale per una donna, e io, grazie alla mia professione e grazie a mio marito, sono riuscita a fare molto. Ho avuto la possibilità di gestire il mio tempo. Ho potuto fare la mamma, la padrona di casa, organizzare le mie feste, coltivare le amicizie. Mi considero quindi molto fortunata. E poi il mio lavoro mi ha insegnato tanto! Mi ha aiutato ad essere paziente o forse ho imparato ad esserlo, perché il restauro richiede pazienza e i lavori sono lunghi. E ha rappresentato per me un angolo di pace, una sfera intima che in certi momenti mi è stata di grande aiuto. Soprattutto quando i miei figli erano piccoli o durante l’adolescenza, che ho sofferto molto, ha costituito un momento di distrazione in cui allentare le tensioni. Ha insomma rappresentato, e rappresenta ancor oggi, uno spazio soltanto mio, nel quale ritrovare me stessa.

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