Dal 1995, Elisabetta Caorsi è la titolare de Le Stanze della memoria, negozio specializzato in antiquariato inglese. Situato fino al febbraio di quest’anno a Milano, in corso Concordia 9, è da tempo un punto di riferimento per gli amanti del British style. Ed era in questo spazio, dall’innegabile atmosfera, che abbiamo potuto ammirare arredi e complementi dell’800 inglese, disposti come in una scenografia. Quasi ci trovassimo sul set di un period drama, in attesa di un ciak perché tutto riprenda a vivere. Ancora oggi nella sua nuova sede di Corso Venezia 29, Elisabetta ci accoglie in un ambiente intimo ed elegante. E i suoi pezzi, dai tavoli alle poltrone alle ceramiche, accuratamente selezionati e sapientemente accostati, rievocano altri luoghi e altri tempi. E portano un po’ d’Inghilterra a Milano.

Elisabetta, 27 anni fa, hai aperto uno spazio dedicato all’antiquariato Le Stanze della Memoria, ma il tuo è stato un lungo percorso. Vuoi raccontarcelo?

Ho iniziato ad occuparmi di antiquariato per passione anche se probabilmente era una cosa che meditavo da tempo. Ma devo riconoscere che anche quello che facevo prima era fatto assolutamente con passione. Ho una formazione artistica e ho iniziato a lavorare come grafica editoriale giovanissima. Per combinazione lo studio grafico per il quale lavoravo si dedicava soprattutto all’arredo: eravamo i grafici della B&B che con i suoi mobili era su tutte le riviste. Da lì il mio percorso è continuato nella grafica editoriale, perché ho lavorato quasi vent’anni per Casa Vogue, coltivando parallelamente la mia passione per l’arredo. Una passione nata dall’osservazione e dal confronto con quello che vedevo in casa. Perché alla fine è quello, il luogo dove vivi, il luogo dei primi confronti, dove nascono gli interessi. Un interesse probabilmente trasmesso da mia madre, persona molto attenta sotto quest’aspetto, un po’ trasgressiva e dal gusto non borghese.

Quanto è stata importante l’esperienza di Casa Vogue nella tua crescita, nella formazione del tuo gusto?

Gli anni che ho trascorso a Casa Vogue sono stati anni molto importanti. Si trattava di una grandissima rivista, forse in Italia la rivista per eccellenza di arredamento, inteso come il massimo del gusto. Ho visto il meglio del design, dei fotografi, il meglio delle case arredate da personaggi, diciamo anche, un po’ fuori dal coro. Per cui lavorando lì, entrando in contatto con quella realtà, ho avuto veramente una grande opportunità che mi ha fatto crescere, imparare, conoscere. Quell’esperienza, per esempio, mi ha dato accesso alle testate di arredamento più belle, che potevo sfogliare, osservare, studiare. Mi ha dato cioè gli strumenti per alimentare questo mio interesse e formare il mio gusto. Però, tutto questo è stato possibile perché io già avevo questa passione.

Come sei arrivata a decidere di occuparti di antiquariato inglese? Cosa c’è dietro questa scelta?

Anche l’antiquariato insieme all’arredamento ha sempre fatto parte della mia vita. Nei miei contatti con l’Inghilterra vedevo una grande differenza nell’affrontare un arredo. Era completamente diverso dai canoni italiani o francesi, dove c’era questo gusto, diciamo per l’orpello. C’era invece sobrietà e una sorta di minimalismo. Parlo naturalmente di un certo tipo di antiquariato inglese, che era quello che però mi piaceva e sentivo vicino a me. Attraverso l’osservazione poi ho affinato ancora di più il mio gusto e l’Inghilterra rispondeva assolutamente. Per cui ci sono stati frequenti viaggi grazie ai quali ho sviluppato una passione per quello che si potrebbe definire con il termine “country chic“. Che qui però era un po’ difficile da proporre. Perché non abbiamo le loro campagne, non abbiamo quella luce, né le case costruite come le loro. Quindi ho dovuto limitarmi a proporre degli arredi o complementi che potevano anche solo riecheggiare l’Inghilterra.

Quando e perché decidi di aprire Le Stanze della Memoria, il tuo negozio?

Io lavoravo ancora a Casa Vogue, avevo allargato le mie conoscenze per cui sapevo dove andare ad acquistare e lo facevo per me. Poi abbiamo avuto l’idea di realizzare una vendita mirata di oggetti molto particolari. Niente cose che rimandassero immediatamente all’Inghilterra, niente tazze coi fiorellini per intenderci. Abbiamo avuto un riscontro positivo tanto da ripetere l’esperienza per due o tre anni. Poi quando Condé Nast, l’editore, ha chiuso la rivista, io ho aperto il negozio: ho colto l’attimo. E in questo sono stati essenziali l’incoraggiamento e i consigli di mio marito, che è uno storico e con il quale condividiamo gli stessi interessi.

Le Stanze della Memoria si è proposto con un approccio nuovo nel panorama antiquario milanese dell’epoca, è così?

A Milano esistevano tantissimi negozi di riferimento per l’antiquariato molto belli. Ma io volevo qualcosa di diverso e allora ci inventammo questa cosa dell’antiquariato esposto come una casa, che nel ‘95 era una cosa davvero innovativa. Lo spazio me lo consentiva perché era grande e la ricerca fu divertente: arredai il negozio come fosse un luogo da abitare. Anche la scelta del nome Le Stanze della Memoria, non nasce per caso. Negli anni ‘80 a Milano c’era stata una mostra bellissima degli acquarelli, della grande collezione di Mario Praz, storico appassionato di arredi. Si trattava di acquerelli, realizzati tra il ‘700 e l’800, in cui si mostravano stanze arredate. Questo, dato che non c’era la fotografia, per far capire al cliente dove sarebbe andato a finire un mobile o un oggetto. All’epoca della mostra lavoravo a Casa Vogue dove impaginai questo servizio. E molti anni dopo me ne ricordai.

Cosa rappresenta questo lavoro per te, quale spazio occupa nella tua vita?

Forse è un po’ forte da dire ma é la mia vita. Perché è la concretizzazione di un’autentica passione: quella delle case, dell’arredo, oltre che dell’antiquariato. La ricerca poi per me continua ad essere un piacere. Quando vado in una libreria la prima cosa che faccio è cercare qualche volume che parli di case. Non mi potrei vedere al di fuori di questo contesto. E la scelta dell’Inghilterra era perché probabilmente è quella più vicina al mio stile. Ecco, diciamo che l’unica cosa che non ho potuto fare è riuscire a proporre proprio tutto quello che io amo. Perché mi rendo conto che non puoi farlo fuori contesto: banalmente non possiamo proporre una casa francese in un palazzo anni ‘70, non è possibile. Ma credo col mio lavoro di aver contribuito a far conoscere e apprezzare quello che io amo. E per me è senz’altro un bel risultato!

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