Chiara é un artista particolarissima che ha lavorato a lungo come illustratrice prima di concentrare la sua produzione in un’attività “al confine tra scultura e pittura”. Attraverso le sue scatole magiche, Chiara ci offre una visione del mondo fatta di poesia e incanto. Le sue teche raccontano storie, racchiudono esperienze e ricordi che spesso si intrecciano alle parole, dando vita ad immagini tridimensionali fatte di colori e forme. Sono opere, le sue, che rimandano a luoghi lontani, ai colori dell’India, agli origami giapponesi. Ma anche all’amore per le miniature e alla natura, con le sue luci ed ombre. E nell’osservazione di questi affascinanti contenitori, spesso definiti piccole Wunderkammer, é sempre emozionante perdersi, per poi ritrovarsi.

Chiara, raccontami un po’ di te. Come nasce il tuo amore per l’arte?

La mia è una storia fortunata. Da bambina avrei voluto fare la vulcanologa o la pittrice; quindi, diciamo che uno dei miei sogni in qualche modo si è avverato. Provengo da una famiglia interessata all’arte, perciò, mostre ed esposizioni facevano parte della nostra vita. Dopo il liceo artistico ho studiato architettura e poi, per pura coincidenza, ho cominciato a lavorare come illustratrice per una nuova rivista, che era Dove. Per me un lavoro così era stupendo, c’era una rubrica dove tutti i mesi dovevo fare almeno un’illustrazione: era entusiasmante! Poi mi hanno cercato altre riviste e per tanto tempo ho fatto illustrazioni e mi è piaciuto tantissimo. Ho sempre lavorato con persone simpatiche, sempre in situazioni positive. Ho lavorato per Bella, Anna, riviste che oggi non ci sono più: un’esperienza comunque interessante e divertente.

Quindi possiamo dire che il tuo impegno come illustratrice rappresenta il primo passo verso quello che sarà il tuo futuro di artista?

Sì, anche se io, nel frattempo, ho cominciato piano piano a fare queste mie piccole scatolette. All’inizio erano proprio solo dei contenitori di legno con degli scomparti dove mettevo delle cose che raccoglievo e che avevano colpito la mia immaginazione. Un po’ come quelle che faccio adesso se vuoi, però è chiaro che le prime erano notevolmente meno professionali. Potrei dire che erano molto meno frutto di un percorso ma venivano comunque apprezzate dai miei amici, che ne erano entusiasti. Ed è stato proprio grazie a loro che ho conosciuto Adriano Mei Gentilucci dell’Affiche di Milano, a cui sono piaciuti i miei lavori. Così ho cominciato una collaborazione con lui e con la sua galleria che dura ormai da vent’anni.

L’incontro con Adriano ha significato per te un punto di svolta. Sei diventata un’artista a tutti gli effetti

È stato senz’altro un incontro importante. È stato emozionante veder apprezzate le mie “scatole magiche” e mi ha gratificato che mi chiedessero di collaborare con la galleria. Il loro appoggio per me è stato ed è fondamentale. Adriano costituisce un vero punto fermo nel mio percorso artistico: mi consiglia, suggerisce, offre spunti che stimolano la creazione di una teca, di un’opera. Mi spinge ad esplorare e a sperimentare. All’Affiche trovo inoltre una competenza tecnica che mi ha permesso di crescere come artista, di migliorare la qualità di quello che faccio, di realizzare quello che da sola non avrei potuto fare. Presso la galleria poi ho esposto le mie opere e continuo a farlo. Partecipo attraverso loro a mostre e concorsi e attraverso loro vendo le mie creazioni. È quindi grazie alla galleria che ho cominciato a farmi conoscere. Quindi sì, l’incontro con Adriano e l’Affiche ha rappresentato un punto di svolta.

Le scatole magiche di Chiara Passigli costituiscono la tua cifra stilistica. Come nascono?

Quando avevo credo 12 anni, tra le tante mostre che ho visitato c’è stata quella di Joseph Cornell, a Firenze, un artista considerato il maestro delle scatole. Evidentemente questa mostra mi ha colpita, anche se non me ne sono accorta subito. È stato qualcosa che ho lasciato sedimentare, però poi, quando ho cominciato a creare qualcosa che mi piacesse davvero, ho costruito proprio delle scatole. Che in seguito sono diventate delle teche. Più avanti, con Adriano ho lavorato molto sulla qualità, cercando di renderle più presentabili, più vendibili. Ma poi, quando inizi a fare l’artista devi accettare l’idea di separarti dalle cose che crei e questo non è sempre facile. C’erano delle cose che mi piacevano più di altre e mi dispiaceva lasciarle andare. Anche se naturalmente ero felice di venderle perché voleva dire che qualcuno capiva e apprezzava quello che avevo fatto. Quindi ho dovuto imparare anche il distacco.

Da illustratrice ad artista. Come ti definisci e quanto sei cambiata nel corso di questa trasformazione?

Sono un‘artista, perché oltre alle scatole, dipingo anche. Ma non so se ne sono veramente consapevole: in un certo senso sono ancora incredula. Faccio il lavoro più bello del mondo, per me, e ancora non ci credo. È talmente bello anche perché tutto quello che vedo e faccio si riflette in qualche modo in quello che creo, ed è una cosa meravigliosa. Questo lavoro per me è veramente la mia realizzazione, il mio rilassamento, la mia pace. Capisci perché mi sento fortunata? Sono certamente cambiata, sento che la mia vita, la mia osservazione delle cose, serve al mio lavoro. Tutto mi fa cambiare e tutto si riverbera in ciò che faccio perché prendo ispirazione da ogni cosa che vedo e dalle esperienze che vivo. Ed è un’esperienza ricca di emozioni.

C’è una riflessione che ti andrebbe di condividere con le donne che ci leggeranno, sul rapporto tra l’arte e la femminilità?

Guarda, io posso dirti una cosa, io non sono una “femmina”, non so come dirlo, non curo molto questo aspetto della mia persona. Non me ne sono mai troppo preoccupata. Eppure sento di esprimere questa parte di me nel mio lavoro, è lì dove sento la mia femminilità e dove penso che riesca ad emergere. Poi potremmo chiederci che cos’è la femminilità e io non lo saprei dire esattamente, però la trovo nel mio lavoro. La trovo nella pazienza, nella meticolosità, nell’attenzione ai dettagli, perché quando i lavori sono fatti da una donna, secondo me, si vede. C’è una gioiosità, una positività e forse un senso estetico differente. È un sentire diverso nel concepire ed apprezzare la bellezza, un altro senso del colore. E riuscire a rappresentare nella mia arte questa parte di me, riuscire ad esprimerla, è bello e mi rende davvero molto felice.

1 Comment on Chiara Passigli, artista. Il mondo racchiuso in una teca

  1. Sono il padre di Chiara e questa bella intervista ha confermato e mi ha fatto scoprire molti lati della sua arte e soprattutto dello spirito che la sottende
    Posso dire che le sue capacità e la sua passione era intuibile fin dai primissimi mesi d vita e che la sua innata, volontà di dedicarsi alle arti visiva è quindi esplosa naturalmente e irresistibilmente ma anche naturalmente da radici profonde. Ma La sua dote più importante oggi è la multiforme ricerca in tutti gli aspetti della sua opera

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