Carmen Ferri, titolare dell’azienda agricola omonima, sita a Treviglio, nella bergamasca, si dedica alla coltivazione del bambù. Un bambù poco noto in Italia, dalle varietà Iridescens Moso e Sasa, ad uso soprattutto alimentare. Carmen, che si definisce un’artigiana, è oggi un’imprenditrice innovativa, consapevole del potenziale di crescita della sua azienda e convinta della necessità di un approccio sostenibile all’agricoltura. Per questo, insieme alle sue figlie, ha scelto la coltivazione biologica, perché riflette il loro stile di vita ecologico e il loro rispetto per l’ambiente.

Carmen, oggi sei un’imprenditrice agricola di successo, votata alla sostenibilità.  Ma anche il tuo passato di artigiana è stato coronato da un’ottima riuscita. Vuoi parlarcene?

Sono una parrucchiera diplomata e dopo le professionali ho fatto anni di accademia per insegnare alle parrucchiere, proprio perché insegnare mi piace. Così, nel corso della mia attività, ho aderito a una proposta del ministero iraniano per l’istruzione femminile. Si trattava di formare le parrucchiere, di far conoscere lo stile italiano nelle acconciature e nel colore. Sono andata regolarmente in Iran dal 2010 al 2015, fin quando c’è stato un cambiamento di regime che mi ha impedito di continuare. Per me si è trattato di una vera crescita professionale ma anche umana. In Iran ho ricevuto un riconoscimento importante da parte del governo e sono entrata in contatto con donne meravigliose. Donne che mi hanno fatto sentire una di loro. Anche in Italia poi è arrivata l’eco di questo mio riconoscimento e la notizia ha suscitato un certo interesse. Sono stata perfino alla Rai per raccontare la mia avventura!

Come ti avvicini allora all’idea di coltivare il bambù?

Al termine di quest’esperienza ho continuato nella mia vita e nella professione sui binari consueti. Sono sola, separata da tantissimi anni e ho due figlie alle quali mi sono dedicata. Le ragazze crescono, Cinzia, la maggiore frequenta la facoltà di lingue a Bergamo e poi va in Cina per un master. Nel frattempo, la più piccola, Marianna, fa la scuola di cucina di Gualtiero Marchesi. Le due sorelle spesso si videochiamano e nel corso di quest’incontri, Cinzia decanta la squisitezza dei germogli di bambù e tutte le sue proprietà. Più tardi, quando la minore andrà in Cina a visitare la sorella, casualmente proprio nel periodo in cui crescono i germogli, rimarrà anche lei entusiasta di questo prodotto. Contattano un agronomo cinese per capire se sia possibile adattare questa coltivazione alle nostre latitudini e scoprire le tecniche di coltivazione. E al ritorno me ne parlano con un tale entusiasmo che abbiamo deciso di provarci.

Prima di allora quindi non ti eri mai occupata di agricoltura?

No, ma c’è da dire che io ho il pollice verde: qualsiasi seme che prenda in mano nasce, se mi danno una piantina, diventa un albero. E a me piace, mi è sempre piaciuta la natura e anche le piante. Comunque sia, decidiamo di piantare il bambù, prendiamo un terreno in affitto, due ettari e mezzo e avviamo la prima piantagione. Il costo, come potrai immaginare non era poco, in più all’epoca era un vegetale pressoché sconosciuto, soprattutto a livello alimentare. Tutti mi dicevano: “Ma sei matta? Il bambù é invasivo, poi non te ne disfi più”. Però nessuno conosceva il germoglio mentre le ragazze ne avevano studiato le proprietà e i benefici che apporta. E non mi riferisco solo al germoglio ma anche alla foglia con la quale si possono preparare tisane, per i cinesi di lunga vita.

Quindi avvii la coltivazione del bambù. Sei stata una pioniera, una delle prime nel settore

Sì, però il bambù, all’inizio, cresce lentamente e per i primi tre, quattro anni le piante erano piccolette. C’è voluto un po’ per vederlo bello questo bambuseto! Nel frattempo perciò abbiamo fatto le certificazioni biologiche: ci piaceva il fatto di non utilizzare prodotti chimici, concimi o fertilizzanti. Anche perché il bambù è un vero e proprio cattura CO2 ed è a tutti gli effetti una coltivazione sostenibile. Cominciamo così la raccolta e veniamo contattati dalla piattaforma Biofarm, che ha una filosofia molto etica e molto attenta al coltivatore, alla quale abbiamo aderito. Siamo forse stati tra i primi a farne parte e ne siamo orgogliosi. Intanto si comincia a scoprire il bambù come alimento e la nostra azienda cresce e si fa conoscere. E noi allora abbiamo aggiunto ancora un ettaro di terreno e sottoscritto un importante mutuo per comprarci questi campi. Un investimento necessario per ampliare la produzione.

Come vendete il vostro bambù e i prodotti derivati?

Oltre ai germogli che trovi nei vasi, vendiamo ai grossisti, in cassetta, i germogli freschi che nascono da adesso fino alla metà di maggio. La stagione del raccolto è molto breve, un mese, un mese e mezzo, poi basta, fino all’anno successivo. Con la conoscenza e l’esperienza nostra abbiamo anche costruito una rete di coltivatori di bambù e insieme abbiamo deciso di creare Italboo. Attraverso questa piattaforma commercializziamo i derivati dal bambù che coltiviamo. Facciamo i vasetti con i germogli, le tisane, la farina, la pasta. Adesso poi abbiamo vinto un bando in Alibaba grazie al quale sbarcheremo sui mercati internazionali: é un passo importante! Il fatto che siamo stati selezionati per internazionalizzare il nostro prodotto comporterà una maggior richiesta per vendere in tutta Europa.

Quanto ha contribuito alla tua autostima quest’impresa?

Tantissimo perché non mi sarei mai immaginata di poter fare un cambiamento del genere. Ho sempre avuto una bassa autostima e solo la fiducia che le mie figlie hanno avuto in me mi ha spronato a buttarmi. E quello che è accaduto mi ha aiutato a credere di più in me stessa. È stata una cosa che mi ha fatto rinascere perché io dopo la separazione ho avuto una forte depressione, anche perché mi sono accollata tutto. Lavoravo tantissimo, non avevo un filo di libertà, avevo poco tempo per uscire e avevo perso la voglia di rimettermi in gioco. Era una vita talmente automatica… Questa sorpresa che il destino mi ha riservato mi ha dato modo di ritrovare l’entusiasmo: era una cosa nuova, ho voluto approfondire, studiare, leggere, conoscere persone. Per me è stata ed è un’esperienza emozionante e ricca di stimoli positivi.

Come ti senti oggi, come vivi alla luce di questa tua esperienza così coinvolgente?

Non sono mai stata così bene come in questi ultimi tempi; ho una vita piena, soddisfacente, interessante. Continuo la mia attività di formatrice per i parrucchieri una sera a settimana e il lunedì pomeriggio insegno anche alle detenute del carcere di Bergamo. E anche questo è un impegno che mi fa sentire utile e viva. E poi c’è la mia attività di imprenditrice, il mio bambuseto e l’interesse che suscita da parte dell’amministrazione comunale con la quale abbiamo progetti di collaborazione. La possibilità di vendere su Alibaba e altro ancora. E poi, sai, un bambuseto vive 100/130 anni e dopo si rigenera; quindi, è qualcosa che lascerò ai miei pronipoti, alle prossime generazioni. So di aver dato, con il mio lavoro, un piccolo aiuto per contribuire all’ecosostenibilità del mondo e tutto questo non può che riempirmi di soddisfazione.

 

 

 

 

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