Anna Valli, sommelier e prima donna presidente dell’Associazione Svizzera dei Sommeliers Professionisti (ASSP) per la Svizzera italiana. Un ruolo prestigioso che Anna ricopre con un certo orgoglio. Testimone di come i tempi siano maturi perché le donne si affermino con la loro professionalità anche in settori tradizionalmente a predominanza maschile. Consegue nel 2015 il Brevetto Federale di Sommelier, la massima certificazione svizzera, ed è tra le fondatrici del gruppo “Donne & Vino”. Il desiderio di condividere le sue conoscenze la porta infine a dedicarsi alla formazione presso i Corsi per Adulti e l’Istituto Formazione Continua del Canton Ticino.

Anna, come ti sei avvicinata al mondo del vino?

Io divento sommelier ad una certa età. Il mio primo corso l’ho fatto nel 2002, a 38 anni. Prima di allora avevo fatto la commessa e la cassiera. Nel ‘97 poi mi ero iscritta al corso per l’ottenimento Certificato di capacità, che è necessario in Svizzera per poter aprire e gestire un esercizio pubblico. Quindi mi sono subito inserita nel mondo della gastronomia e mi sono occupata della gestione della buvette del Lido a Riva San Vitale. Buvette che ho gestito per 17 anni. Era un lavoro estivo che ho proprio svolto con una grande passione e libertà perché ero completamente autonoma e indipendente. Nel 2002, una collega mi suggerisce di partecipare ad un corso di sommelier che stava per partire. La cosa mi ha subito interessata, anche perché non sono astemia e apprezzo un buon bicchiere. Da lì è cominciato tutto e mi si è aperto un mondo.

In che cosa consiste il percorso per diventare sommelier?

Ho dovuto seguire tutta la trafila per l’ottenimento del diploma, che in Ticino é un percorso strutturato su tre moduli spalmati su due anni. Subito dopo l’ottenimento del diploma c’è stato un divorzio che mi ha segnata profondamente. Mi sono trovata con due figli, uno di 13 e l’altro di 7 anni, ad affrontare questa burrasca: bisognava rigirarsi le maniche e venirne fuori. Quindi nel 2006 ho voluto continuare con la formazione per sommelier. E dato che qui in Ticino c’era la possibilità di ottenere il riconoscimento Cantonale, aperto ai professionisti, cioè per chi lavora nel settore, l’ho fatto. Devo dire che buttarmi nello studio, alla fine, è stato il rimedio alle sorprese e ai cambiamenti che ti riserva la vita. Era l’unico modo che mi consentiva di mantenere calma la mente, dirottando nello studio tutte le energie che avrei sprecato inutilmente.  E le soddisfazioni non sono mancate.

Hai dovuto affrontare degli ostacoli per diventare sommelier e riuscire ad affermarti?

Fregiarsi del titolo di sommelier è stata una cosa molto importante, ma agli inizi per me era un dramma non riuscire a riconoscere i profumi. Perché un sommelier affascina, incanta, quando descrive il vino, e non saper riconoscere i sentori mi scoraggiava. Finché ho capito che non era fondamentale: quando si fanno i primi passi bisogna più concentrarsi sulla qualità del vino, poi l’allenamento porta a distinguere sia i profumi che i sapori. L’attenzione si affina con l’esercizio. Così ho cominciato a rinfrancarmi, a superare la mia timidezza, a parlare davanti a un pubblico e piano piano ho acquisito maggior sicurezza. Nel 2015, poi, c’è stato il primo corso del riconoscimento a livello federale dei sommelier e anche questo è stato un traguardo importante. Faccio parte del primo gruppo che ha conseguito questo titolo: eravamo solo due donne. Delle pioniere!

Che posto occupano le donne in questo settore?

È un discorso un po’ spinoso. A parole, tutti incoraggiano l’ingresso delle donne in quest’ambito, che fino a qualche decennio fa ci era precluso. Però, nel momento in cui una donna si afferma, diventa brava e si sente più sicura, cominciano gli ostacoli. Si ritorna a parlare del famoso soffitto di cristallo, che è difficile infrangere. Per una donna è faticoso affermarsi e, generalmente, si viene relegate in certi ambiti. C’è forse ancora molta diffidenza nei confronti delle donne che si occupano di vino. Diffidenza nei confronti della loro competenza, delle loro capacità. Eppure, l’interesse da parte del mondo femminile c’è: i corsi sono frequentati per il 50% da donne.

Oltre alla tua attività di sommelier ti dedichi anche alla formazione…

Sì, mi occupo dei corsi per adulti perché amo molto l’idea di condividere le mie conoscenze. Ho seguito i corsi per formatore per adulti, tutti i tre moduli perché avevo la necessità di strutturare le mie conoscenze per comunicarle meglio e questo mi ha aiutato parecchio. Sto anche curando gli eventi per l’Associazione Sommeliers di cui ho l’onore di essere presidente. Inoltre, 17 anni fa, abbiamo fondato il gruppo Donne&Vino che è un po’ un’ala dei sommelier. Un gruppo aperto non solo alle professioniste del settore ma anche alle amiche che condividono il piacere del vino. Infine, come sommelier redigo e firmo la carta di vini per gli alberghi e i ristoranti, mi dedico a qualche presentazione, sia pubblica che privata, e sono anche sommelier a domicilio.

Quanto quest’esperienza ha contribuito a farti cambiare?

Sicuramente diventare sommelier, le esperienze e le conoscenze mi hanno cambiata. Sommelier si diventa ma è qualcosa che alla fine ti porti dentro. È un modo diverso di percepire gli odori, i profumi, dal caffè alla mattina a quello della mia magnolia. Essere sommelier è un ruolo che diventa parte di te stesso. Ho abolito tutti i profumi e uso solo saponi neutri per non interferire con il mio olfatto e la capacità di percepire gli odori. E seguo gli eventi e le fiere sul vino con grande passione e anche indipendentemente dal mio lavoro, per puro piacere. Girerei solo per cantine, non mi annoiano mai. Anche perché la mia professione è in divenire continuo e richiede aggiornamenti costanti e tutto questo fa sempre parte del percorso.

Quanto il conseguimento di tanti traguardi ha rafforzato la tua autostima?

È un percorso continuo, è un po’ come il percorso dei sommelier. Cioè non è che la stima di te stesso la raggiungi, ce l’hai, e nulla te la può scalfire. Almeno nel mio caso. Devo sempre ricordarmelo. Noi donne, poi, ci mettiamo molto in discussione, anche troppo. Io ho bisogno di conferme continue. Perciò dovrei fare tesoro degli apprezzamenti che ricevo durante i miei corsi e le degustazioni. Se mi guardo indietro poi, so che sono stata tosta e che ho vissuto, ho sperimentato sulla mia pelle quella che si chiama resilienza. Mi sono rialzata, ho fatto un altro passo e sono andata avanti. Sono in grado di dare un valore, un senso, a quello che ho passato e al fatto di esserne uscita. “Ce l’ho fatta”- dico a me stessa- “Ce l’ho fatta da sola, ce la sto ancora facendo!”.

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